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aprile 2008
Carissime e carissimi,
molte volte capita che non troviamo il tempo per fermarci. Oggi vi rubo solo pochi minuti.
Credo che molto spesso noi viviamo situazioni nella nostra vita di cui sarebbe bene poter condividere impressioni ed emozioni. Forse perché sono da queste parti trovo il tempo per poterlo fare senza essere sommersa da migliaia di cose da fare. Quella che vi voglio raccontare oggi è la storia di Barbara. Barbara è, o meglio era, una ragazza di diciassette anni. Come succede qui in Brasile, le ragazze si sposano o comunque hanno figli molto giovani. È una cultura differente che spesso si scontra con quella che mi porto dentro. Barbara si è sposata ed è rimasta incinta. La gravidanza era cominciata da due mesi e lei è andata a farsi le prime analisi. Il risultato è stato un verdetto: cancro al seno. Forse perché minorenne, i medici hanno parlato con la madre la quale non ha detto nulla alla figlia: lo stesso male, qualche anno prima le aveva mutilato il corpo. La piccola esistenza però si è sviluppata, è cresciuta, si è formata. Il meraviglioso telaio della vita ha intessuto la piccola Beatrice che è nata in otto mesi su decisione dei medici. L'operazione è andata bene, ma la nascita di Beatrice è come se avesse tolto un tappo ed aperto il vaso di Pandora. Il corpo della mamma è stato invaso e devastato dal male che nel frattempo si era rinforzato ma che in quei mesi aveva aspettato come in un appostamento. Nel giro di un mese il corpo di Barbara era in metastasi senza che nessuno potesse fare più nulla. Ai primi di aprile, i medici, su richiesta della famiglia, hanno lasciato che la giovanissima mamma tornasse a casa: avevano finito il loro lavoro, non avevano più armi.
Nel frattempo, alcune donne della comunità di S. Paolo, una delle diciassette della parrocchia, hanno organizzato il battesimo della piccola Beatrice. Sabato cinque aprile, don Lucio si è recato a casa di Barbara ed è stato celebrato il battesimo in una piccola e povera stanza da letto. La mamma non riusciva più a comunicare con l'esterno ma ho la certezza che percepisse tutto quello che stava avvenendo attorno a lei.
Solo il silenzio può spiegare tutte i sentimenti che ognuno ha dei presenti ha provato in quel momento…
Lunedì sette aprile, all'alba, Barbara ha smesso di vivere e, come è usanza da queste parti, alle quattro del pomeriggio c'è stato l'interro (sepoltura) alla presenza di una trentina di persone che non riuscivano a trattenere le lacrime.
Non vi nascondo che ho provato rabbia nei confronti di quella mamma che aveva taciuto alla figlia la scoperta del male. Mi sono ripetuta un milione di volte che si sarebbe potuto fare qualcosa se Barbara lo avesse saputo o meglio la stessa avrebbe potuto scegliere di tentare.
Dopo due giorni sono andata a casa della mamma della ragazza, o meglio, mi sono arrampicata su per delle scale fangose per raggiungere la casa. Provavo ancora rabbia, quella sottile che ti entra nel cuore, quella di chi sa cosa avrebbe fatto. Quando l'ho vista però, ho sentito che non ero affatto dalla parte del giusto e che forse lei aveva cercato di difenderla con il suo silenzio. Ho sentito comunque che non la potevo giudicare, che non ne avevo alcun diritto. Sono entrata poi nella stanza dove dormiva la piccola Beatrice, il piccolo enorme miracolo di questa vicenda, l'epilogo. E non senza difficoltà sono tornata a casa, riconciliata con quella donna e con me stessa.
Un grandissimo abbraccio. Luisa
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