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Domenica 16 dicembre 2007
La seconda domenica di Avvento un caro amico ci ha inviato una e-mail. L’invito era di aggiungere un muro al nostro presepe, in modo che Maria e Giuseppe non riuscissero a raggiungere la capanna.
Poteva sembrare una proposta goliardica, in realtà è il segno proposto dalla campagna "Non c’è accesso per loro nell’albergo" promossa dai Christian Peacemaker Teams (www.cpt.org). L’obiettivo è creare un legame di solidarietà con il popolo palestinese riguardo il terribile muro di separazione costruito da Israele all’interno dei Territori Palestinesi Occupati. Se la nascita di Gesú avvenisse oggi, Maria e Giuseppe avrebbero molte difficoltà a raggiungere Betlemme, circondata su tre lati dall’odioso muro. Difficoltà ed umiliazioni che sono quotidiane per la gente palestinese, in un conflitto lacerante che sembra non trovare via d’uscita.
Cosa significa per noi leggere questa e-mail dall’Ecuador? Gli ecuadoriani sono 13 milioni e si stima che quasi 2 milioni si trovino all’estero; piú di metà sono emigrati negli ultimi dieci anni, in seguito alla crisi economica che ha colpito il paese. Un paese, secondo i parametri economici, in via di sviluppo, un paese, secondo i nostri parametri occidentali, che dovrebbe pensare solo a migliorare le condizioni dei propri cittadini. E invece il popolo ecuadoriano del nord del paese e le istituzioni sono state impegnate anche quest’anno in una generosa accoglienza ai profughi dalla vicina Colombia, paese martoriato da una guerra interna ultra-quarantennale. Persone che scappano dalle minacce e dagli scontri armati fra esercito, guerriglia e gruppi paramilitari; la posta in palio è il narcotraffico, il controllo di terre e risorse naturali.
L’ Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati ha riconosciuto che "l’Ecuador è un modello importante in un pianeta in cui vediamo crescere l’intolleranza, il razzismo e la xenofobia. Un esempio per il mondo nell’accoglienza ai profughi" elogiando "lo sforzo ammirevole di una popolazione povera ma molto generosa e solidale" che condivide le sue risorse e i servizi sociali con i cittadini colombiani costretti ad abbandonare temporaneamente, ma spesso per sempre, la loro terra d’origine. L’Acnur stima in oltre 250.000 i "desplazados" (sfollati) colombiani in Ecuador, sebbene la stima di Quito superi i 400.000.
Questo in un contesto dove non mancano altre difficoltà. I rapporti fra Ecuador e Colombia sono tesi, a causa delle operazioni di fumigazione aerea effettuate al confine dalla Colombia sulle coltivazioni illegali di droga e che danneggiano anche le colture legali dei contadini ecuadoriani. Nel nord del paese è sempre maggiore l’infiltrazione del narcotraffico con conseguente aumento delle violenze. Il razzismo è ben presente anche in Ecuador e il termine "colombiano" viene utilizzato in modo dispregiativo, quasi come sinonimo di ladro e fannullone Ma, nonostante il contesto molto difficile, la generosa accoglienza prosegue!
E tutto questo, cosa dice a noi in attesa di un nuovo Natale?
Ci vengono in aiuto la Parola di Dio ed alcune riflessioni di Alberto Degan, fratello missionario comboniano in servizio a Guayaquil, nella costa dell’Ecuador.
Quando nasce sulla terra, la prima cosa che ci chiede Gesù è l’ospitalità. Prima ancora di nascere, bussa alla porta delle case di Betlemme; poi, appena nato, è perseguitato dai potenti. Il Bambino scappa in Egitto: "Giuseppe prese con sé il bambino e sua madre… e fuggí in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode" (Mt 2, 14-15)
L’accoglienza dell’Egitto impedisce che i potenti uccidano il Messia: l’ospitalità dell’Africa salva il sogno di Dio.
L’ospitalità dell’Ecuador di oggi ci fa sognare che è possibile un mondo piú accogliente, piú fraterno.
Questo nonostante dall’Italia ci giungano notizie di una crescente intolleranza, di episodi di criminalizzazione dello straniero, di sindaci che inventano ordinanze che sono muri per tener fuori gli indesiderati. L’Ecuador ci insegna a non chiudere la porta.
E almeno noi cristiani siano obbligati a scegliere…
Perché Gesú chiederà ospitalità anche in questo Natale, proponendoci di aprire un varco nei muri che circondano la nostra vita. Non siamo condannati ad essere egoisti: se lasciamo entrare Gesú nella nostra casa, Lui saprà trasformarla in un albergo accogliente.
È lo stesso messaggio che ci dà la parabola del Buon Samaritano: "Gli si fece vicino, gli fasció le ferite… Poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo porto ad una locanda… Il giorno seguente estrasse due denari e li diede all’albergatore dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno" (Lc 10, 34-35). Il Buon Samaritano – Gesù – ha bisogno dell’albergatore, della nostra ospitalità, per portare a termine la sua opera di salvezza. E così, siamo tutti invitati ad essere albergo, a trasformare la nostra vita in una grande locanda dove i feriti, i poveri e i disprezzati possano trovare ospitalità, calore e accoglienza.
Che il Signore ci aiuti ad essere ospitali in questo Natale!
Nicola e Angela, con Samuele, Gianluca e Anna - missionari laici fidei donum
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