Lara Borella

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Novembre 2007

Durante queste mie vacanze in Italia, ho sentito il senso di essere in famiglia, mi sono sentita circondata dall’affetto di tante mamme, papà, fratelli, cognate, nipoti. Mi è sembrato che la mia famiglia si fosse allargata di tanto, per qualche ora… Invitati dal Centro Missionario, abbiamo riunito persone dall’Altopiano di Asiago al veneziano, dalla bassa padovana al thienese, alla città di Padova. Eravamo una trentina di persone, che per lo più non si conoscevano. Ma c’era una cosa davvero importante che ci legava… almeno un familiare in Ecuador, come missionario della diocesi di Padova.
Così ho colto l’occasione per riflettere su cosa vuol dire per me essere missionaria laica fidei donum in Ecuador, dopo un anno e due mesi di esperienza alla periferia nord di Quito, nella parrocchia Maria Estrella de la Evangelizacion.
Per me missione è famiglia… la mia famiglia che mi sta accompagnando da lontano; la "famiglia" un po’ particolare con cui vivo (don Nicola, don Mauro, Flavio ed io); la famiglia dei missionari in Ecuador, a Quito, Tulcan ed Esmeraldas; la famiglia delle famiglie degli altri missionari, che ci vengono a trovare, magari "invadendo" le nostre case e i nostri tempi, ma portando quel profumo di casa che è bene rinfrescare ogni tanto; la famiglia della comunità parrocchiale; la famiglia dell’associazione ASA; le famiglie che da qui ci sostengono con la preghiera ed economicamente….
Poi missione è servizio… come catechista con i ragazzi della cresima; come educatrice nel CAE, il doposcuola di ASA, e ora come coordinatrice di alcuni centri infantili; il servizio, molto più semplice, ma comunque utile per il mio futuro, in cucina per le persone con cui vivo.
La missione è vita… come quella della piccola Anna Pellichero, venuta alla luce a Quito per aumentare il numero dei missionari, che di secondo nome fa Pachakusi: in quichua significa "colei che rallegra il mondo con la sua presenza"; la vita difficile delle persone povere dei nostri quartieri, che tutti i giorni lottano contro la malattia e la morte; la vita e vitalità dei ragazzi e dei bambini del catechismo, dei centri infantili, dei doposcuola, che riempiono di suoni e di gioia le strade dei nostri quartieri; la vita che molte mamme portano nel grembo, giovanissime magari e un po’ poco responsabili, ma che ci dice la grande speranza che la popolazione dell’Ecuador ripone nel suo futuro.
Grazie dunque alla diocesi di Padova per avermi inviata come missionaria, grazie per le relazioni preziose che mi sta facendo vivere, grazie per gli incontri importanti e per la semplicità del quotidiano.


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